Marone Andrea (Brescia, 1475-Roma, 24.IV.1528). Poeta, letterato nonchè abile suonatore di viola e cantore. Fece parte della Cappella privata del papa Leone X nel 1517. Il card. A.M. Querini (De Brixiam literatura, p. 314) lo pone fra i poeti bresciani: «Andream Maronem vere Brixianum fuisse, quamqua dimidiam patriam ab Euganeis, Foroque Julio repeteret, prodit Jovi in eius Elogio ... » (ecc.). Secondo il Passavant il violista (non violinista come erroneamente sta scritto, poichè non esisteva ancora il violino ai primi anni del 1500) raffigurato dal Raffaello (1513 ca.) rappresenta il Marone «bresciano, poeta et sonatore di viola, assai caro a Leone X». Pare che anche il pittore Sebastiano del Piombo nel 1518 realizzò un suo ritratto. Si dilettò di poesia e di musica, scrivendo epigrammi e canti; alcuni epigrammi portano la scritta «Andrea Maronis brisiensis» e sono in dialetto bresciano. Onori ed elogi il Marone ne ebbe in abbondanza. Nel canto III dell' Orlando Furioso, str. 56, dove il poeta si rivolge al cardinale Ippolito si legge: « ... la cui fiorita età volle il cielo giusto ch'abbia un Maron com'un altro ebbe Augusto». Ma in altro luogo lo stesso Ariosto, seco lui celiando nelle sue satire, gli dice: «Fa a mio modo, Maron; tuoi versi getta, Con la lira in un cesso: altra arte impara, Chè la nostra virtù più non diletta». Quando il Marone si presentò al pontefice Leone X «sfoderò la sua cetra, e, soavissimamente rapito dalle Muse, suonò e cantò alcuni versi, che furono così grati a Leone, che lo accolse in sua Corte, e gli fece dono di pingue prebenda». Infine altri scrittori lo avvicinarono a Virgilio, come attesta il seguente epigramma di Evangelista M. Capodiferro: «De Andrea Marone Brixiano Mantua divinum Terris dedit alma Maronem Brixia per te iterum nascitur alma Maro. Illum si legimus, legimus, spectamus et istum, Praeferri negat et conticuisse inbet».

Fonti: B.; Enc. Bs.; Enc. Bs. t. X p. 110; C. p. 64; O. Rossi, Elogi Storici, cit.

 

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